Le train fait un saut périlleux et retombe sur toutes ses routes / le train retombe su ses routes / le train retombe toujours sur toutes ses routes
Non ha meritato la luce, ha meritato la pace
Dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato
Anche io una volta sono stato Ferdinando
Una macchina del tempo
Saper guidare una macchina del tempo
Una colonna da barbiere
Una clessidra
Il tatuaggio di una rana baciata sulla spalla destra
Un camion
Saper guidare un camion
Uno squalo balena
11periodico
amipensa
ansiolin
apebianca
blue blanket
con vigore marziale
contessascalza
delaydecayattack
deliri semiotici
desperate youth
diciannove alberi
fahrenhe.it
famoHPsse
guardiola
il nocciolo delle rose
inkiostro
leporello
marteuil
meno seghe più saghe
offscreen
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plasticaserena
raramente.net
redroom
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swinging literature
the eyes
Sono passati di qui in *loading*
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E' come quando ti perdi. E hai la sensazione di passare sempre davanti allo stesso punto. E di pensare: ma io, quest'albero, l'ho già visto. Ecco, è così che mi sento ora. Ho la sensazione di girare in tondo, sempre lo stesso giro, ma su una spirale, dall'esterno verso l'interno. Dall'esterno verso il cuore della dannata faccenda, dell'enigma che è sempre stata per me la mia vita.
Poets have been misteriously silent on the subject of cheese.
G.K. Chesterton
E' una notizia un pò triste, che mi innesca un pò di ricordi. Daniel Johnston è stato ricoverato. Pare per un'intossicazione da litio, con il quale è in cura per i numerosi ed eventuali disturbi della sua psiche, grave e tormentata. E' probabile che il documentario sulla sua vita The Devil and Daniel Johnston possa addirittura ricevere una nomination all'Oscar. I genitori gli stanno costruendo una casa tutta sua. Secondo suo fratello le sue condizioni sono gravi ma stazionarie. Ascolto gli Okkervil River e cerco di non pensare al fatto che sono ancora le 11.40.

E ho detto tutto.
Black like a forest
Seduto con le dita che aspettano di gelarsi
odio questo inutile blog
Still like a lion
Ho visto Voglio la testa di Garcia di
Sam Peckinpah e ho deciso di sorridere
My knees are bended
del suo pessimismo, della sua solitudine,
del fatto che lui non possa che pensare
we used to speak
che la vita sia un affare solitario
e che la cosa migliore che ti possa capitare
a different language
è girare in macchina e confidarti
con una testa tagliata.
I wasted my breath
E in fondo non c'è tanto di cui sbattersi e
o tremare o gioire o saltare
on words soon forgotten
Ma c'è da dire che i biglietti
dei Sigur Ros sono finiti
left unattended
E ho cominciato a scrivere una nuova
cosa, si, un romanzo
they're moving their feet
e per la prima volta, ho saputo
da subito che capelli avevano
but nobody's dancing
i personaggi che pretendo veri.
anche se li ho sognati.
ah take your time
e ho capito che sono scemo
scemo e nient'altro
ah take your time
scemo che non
sono altro
how can I blame you
come potrei giudicarti
per queste giornate così
for all of the screaming
potrebbero non finire mai
se non esistesse la musica giusta
that I've turn to
che spunta come per magia
i Low, oggi mi hanno sorretto
just in time
Okkervil River e anche un pò
dei Belle e di Tigermilk
to go off in my hands.
Dovrei dare fuoco
a questo blog
Scemo
che
non
sono
altro.
Questo fine settimana per me corrisponde alla parola tedesca wiederstand. Certo, lo si può dire anche in italiano, che pure non è male, ovvero resistenza. Ma io me lo ricordo scritto a Vienna, su uno striscione, appeso all’Accademia delle Arti, qualcosa come sei anni fa. Io ero in gita di fine liceo, loro avevano Haider al governo. Come dire, ognuno ha i suoi problemi.
Wiederstand perché ho cominciato ad affondare le dita sulla parete di terra dalla quale ero precipitato, e tirarmi fuori da una settimana da bunker emotivo, quelle da appendere mani e sogni al chiodo e ridursi ad una vita di pura atarassia. Ma, appunto: resistenza.
C’è sempre qualcosa che ti aiuta. Per esempio un concerto, una finale, un film.
Per essere più diretto.
Il concerto di Antony and The Johnsons.
La finale dello Shangai Masters tra Federer e Nalbandian.
Dog Soldiers. Il primo film di Neil Marshall.

Il concerto era all’Auditorium, il parco della musica di Roma. C’è chi lo adora, chi lo detesta, è il tipico esempio di architettura su cui si sente un po’ di tutto, sia per l’estetica che per l’acustica. A me piace. Mi piace l’impatto visivo, mi piacciono le sensazioni, quel suo non essere né un teatro, né una sala concerti, né un palazzetto o uno stadio, ma qualcosa di diverso. Si, un parco. Ha degli angoli un po’ spettrali, di quelli in cui ti aspetteresti davvero veder passare un jogger assassino, ma sono stato felice che il concerto fosse lì. Grande compagnia, oltretutto. E qui ho detto tutto, perché tutto il resto che c’era da dire l’ho già detto. Antony. Io non sapevo nemmeno che aspetto avesse. L’unica sua foto è quella sulla copertina del primo disco, e non ne ho mai cercate altre. Mi è sempre bastata quella, di una creatura diversa, né uomo, né donna, un morbido angelo costituzionalmente nudo ed esposto. Così ero curioso di vederlo. Ha la fragilità e la vulnerabilità di una foca monaca, un caschetto tipo Renato Zero, pochi modi da entertainer, poche parole in tutto a dire il vero, e penso che fosse anche piuttosto nervoso, ma è stata una sensazione mia. Di qualcuno di una così stravolgente emotività, resa comunicazione universale da un dono, che è la sua voce. Una voce che.. che.. Una voce che. Non so davvero che altro dire. Mi arrendo. I suoi dischi sono puro splatter emotivo. E’ un gioco che si gioca in due. Lui e te. E che fa male. Il concerto. Bob Dylan ci ha messo sei canzoni a fare la mia canzone, Antony mi fa passare l’ansia subito, e il secondo pezzo è Cripple and the Starfish. Anche se gli occhi veramente lucidi me li ha fatti venire I fell in love with a dead boy, ma sono motivi molto molto personali, che forse che mi conosce da dentro può capire, per gli altri, fiducia. Comunque non la conoscevo, se non di nome, e per il fatto che era una sorta di b-side. La sua voce è di quelle che riempiono lo spazio, che saziano le orecchie, la band (i Johnsons – due violini, una chitarra elettrica e una acustica, una batteria al minimo e un violoncello) creano la cornice sonora affinché quel fiume possa invadere la sala Sinopoli. Una serata gelida, la prima dell’inverno, c’è chi l’ha pagata con febbre a trentanove.

Domenica mattina ho avuto un rendez-vous un po’ causale con la finale del Master Series di Shangai tra Nalbandian e Federer. David Nalbandian è un ottimo tennista argentino, di origine armena. Il suo cognome vuol dire maniscalco in persiano, pare. Classe ottantadue, è stato l’unico nella storia di Wimbledon a raggiungere la finale all’esordio nel torneo più nobile e snob. Uno forte, un braccio da fabbro e il cuore per giocarsela. Anche se contro aveva il fenomeno svizzero Roger Federer. Uno che in semifinale ha asfaltato l’avversario, non lasciandogli la soddisfazione di vincere un solo game. Un talento puro e distillato, nascosto nel fisico agile e dietro lo sguardo attonito, l’espressione persa di chi ha sempre difficoltà a comprendere da dove venga tutto quel talento. Uno così, per intenderci, è di quelli per cui – come talvolta capita negli sport individuali – il primo problema è trovare degli avversari degni di questo nome. Beh, a Shangai ne ha trovato uno. La finale è stata una maratona di quattro ore e mezza. Primi due set strappati dallo svizzero al tie-break. 7-6, 7-6. Vincere due tie-break consecutivi (per intenderci, portare due volte l’avversario a un millimetro dal set e soffiarglielo via sotto il naso) è di quelle cose che di solito, al meglio di cinque, fanno fuori l’avversario, gli spazzano dalla testa la voglia di combattere. Invece succede un’altra cosa, la caviglia di Federer cede. Scricchiola. Gli toglie corsa, forza e lucidità. Nalbandian capisce e attacca, e forza di attaccare devasta l’avversario, il numero uno, il genio inattaccabile, azzoppato da un tendine malvagio.
6-1,
6-2,
e 4-0, pronto a servire per il 5-0 nel set decisivo. Insomma, Federer dava l’impressione di uno che aveva detto addio al torneo, al premio, alla partita, e che voleva solo la meritata consolazione di un massaggio e di una doccia calda. Poi gli scatta il morso in testa, quelle sacche di energia fisica e mentale assolutamente segrete, che qualche dio ti nasconde addosso quando nasci, e che vengono fuori all’improvviso. Lo svizzero decide che lui, a farsi asfaltare dall’armeno senza nemmeno uno straccio di reazione, davanti a tutti quei cinesi, proprio non ci sta. Tira fuori potenza, la sua fenomenale tecnica (lì dove Nalbandian proprio non arriva), e da quella condizione tragica, di agnello sacrificale di lusso, si porta in venti minuti a servire per il set. Nalbandian è stupefatto. Era a un millimetro dalla resa del campione assoluto, e lui, quel bastardo, tira fuori, dopo quattro ore di gioco, senza una caviglia, sei game devastanti. Alla fine la partita ha l’epilogo che meritava, un altro tie-break, entrando nell’albo delle finali più belle di quest’anno, di diritto. Il tie-break è una gara a scacchi, giocata sui nervi, sulla forza interiore, sulla stabilità emotiva. E benché Federer disponga di queste merci in quantità, è Nalbandian a spuntarla, attaccando e sfiancando l’avversario, neutralizzandone la sapienza tattica che gli aveva permesso di resuscitare (“come Lazzaro” ha detto Clerici nella diretta di Sky). La vince giocandosi sette punti che sono molto più belli e importanti dei due set stravinti, e non solo perché l’avversario era di nuovo se stesso, ma perché era stato capace di resistere al sali scendi tra inferno paradiso inferno senza perdere la propria anima guerriera. Una partita meravigliosa, di quelle con due vincitori e nessun vinto. Detto in altri termini, di quelle che mi fanno pensare a Richard Kypling (“If”): “Possiate voi imbattervi nella vittoria e nella sconfitta, e guardare a questi due impostori con il medesimo volto.” Una battaglia feroce, leale, bellissima, di quelle che ti alzi e pensi. Si. E’ così. E’ così si combatte e si vive.

Dog Soldiers è il primo film di Neil Marshall, il genietto horror inglese, papà di The Descent, l’horror dell’anno, lodato e applaudito. Dog Soldiers ne è, in un certo senso, il gemello. Se lì erano sei donne contro un nemico antropomorfo che spunta dalla tenebre, qui sono sei uomini, sei soldati impegnati in un’esercitazione nei boschi della Scozia, contro un nemico altrettanto antropomorfo. In una notte di luna piena, i boschi sono infatti infestati da feroci licantropi affamati di carne umana. Più che in The Descent, in questo primo film l’horror è davvero un pretesto. Paura non ne fa mai, e dubito che voglia farne. La partita, insomma, si gioca su un altro piano. Quella tra soldati e licantropi è una guerra, e quello di Marshall, in questo senso, è un bellissimo film militare, marziale, virile. Un manipolo unito, fedele, sanamente proletario (bellissimi gli accenti, nella versione originale, talvolta davvero difficili da decifrare). Eroici senza eccessi, fedeli a sé stessi, e isolati non rispetto ai mostri che cercano costantemente di sbranarli, ma anche rispetto al potere militare (erano in realtà le vittime sacrificali di una trappola, un’esca), dunque politico, e alla natura, indifferente o ostile, a seconda dei casi, proprio come in The Descent. Ma mentre quest’ultimo era un inno alle donne, un film tutto al femminile, Dog Soldiers è un canto d’amore per la solidarietà maschile. Mentre il gruppo di donne nella caverna ben presto si disunisce, si sfalda, si attacca, quello di uomini è solido e compatto fino alla fine. Una bellissima lezione sui rapporti umani in tempo di guerra (il film parla di un assedio, e infatti la citazione esplicita è Zulu, l’epopea dell’autocelebrazione britannica, mentre l’ovvia citazione implicita, una delle poche cose horror del film, è per La notte dei morti viventi), sulla loro inscindibile visceralità, nudità, direi. Qualcosa che mi ha fatto pensare ad alcuni passaggi del libro di Baricco (quelli su Caporetto) e ovviamente ad Hemingway.
Insomma… wiederstand.
E' che i suoi libri io li finisco sempre in treno. Così quando è uscito Questa Storia, di Alessandro Baricco, ed è uscito di sabato, e io di sabato dovevo prendere un treno, ho pensato che è bello quando le persone a cui tieni rispettano gli appuntamenti, anche se tu non glieli hai mai detti. Poi è andata che per la prima volta, dopo City, Castelli di Rabbia, Novecento, Seta, Oceano Mare e Senza Sangue, questo non l'ho finito in treno. Ma seduto su un tavolino di un bar dal nome equivoco, in Via Albalonga, dove nessuno è uscito per servirmi, come se stessi facendo qualcosa di molto importante. Sono arrivato con un'ora di ritardo, al lavoro. Nessuno mi ha detto nulla, come se avessi avuto da fare qualcosa di importante.
Questa storia. Altrove lo recensirò come si deve a un romanzo al quale hai pensato la sera prima di dormire, e al mattino, facendo colazione, che hai discusso con i critici letterari nella tua testa, e che hai detto solo a pochi meritevoli intimi di aver comprato. Qui mi va solo di dire che io sono felice che Alessandro abbia scritto un altro libro, e che fosse quel libro lì, che ora ho nello zaino, con quattro o cinque pagine per sempre segnate dalle orecchiette, e la copertina di Toccafondo, quella con la macchina incidentata e qualcuno che si allontana. Non è più - temo - una questione di letteratura. E' una questione di voce. Quando mi è capitato di parlarne (in genere non amo parlarne) non ho mai trovato molto da replicare alle varie obiezioni, perchè per me- come ho detto di temere - non è una questione di letteratura. Per me è una voce. Una voce amica. Una voce che parla la mia lingua. E quando qualcuno parla la tua lingua, non è più letteratura, è la tua vita, e lì non puoi dire nulla. I suoi libri io li amo perchè mi fanno sentire protetto, al sicuro, compreso. E non c'è niente al mondo di cui io abbia più bisogno ch sentirmi protetto, al sicuro, compreso. E la cosa buffa è che lui cresce, e io cresco, la voce cresce, la mia vita va avanti, ed è come se sapesse, io apro, leggo e scopro che era come se fosse sempre stato lì, prendendo appunti, vedendo e capendo. E così, più che in ogni altro cosa, quello che sento quando leggo i suoi libri, è gratitudine. Che è uno dei sentimenti umani che preferisco, da sempre.
Il resto, non è poi così importante. Non per me, almeno.

Era Aprile, quando lo vidi la prima volta. Stesso posto, giurerei stessa fila di posti, sicuramente la stessa prospettiva. Sempre Milano, ovviamente. Se Bono ha ragione, quando dice che uno dei motivi per amare Dylan è che prima o poi passerà nella tua città, qualcuno dovrebbe avvertirlo che io non abito ad Assago. Tutti vestiti di nero, Dylan and His Band. Quando uno speaker ha annunciato il suo arrivo, con un incomprensibile accento, l'unica parola che sono riuscito ad acchiappare è stata Jesus. Certo, una parola non vuota o vana, perchè il quel momento ho avuto come la sensazione che fosse proprio quel Jesus ad aver cambiato tutto, rispetto al lontanissimo 2002. Lì sempre infinitamente piccolo, esausto, grande e forte appena da tenere in mano la chitarra. Il Dylan che ho visto sabato era invece ispirato, feroce, una leggenda che ha scoperto di essere mortale, e non ha intenzione di lasciare a nessuno le sue canzoni, le sue parole, la sua voce. Non ha praticamente detto una parola, se non per annunciare i nomi della sua band. Ha fatto qualche inchino, ha guardato il pubblico stupito e distante. Per il resto ha suonato, aggrappato alla tastiera come se fosse un windsurf, sprizzando quello che non so definire in altro modo se non vigore. Una playlist non lughissima, con qualche concessione, ma senza strafare. Niente Like a Rolling Stone, niente Blowin' in the Wind. Ha aperto con un paio di canzoni di canzoni sorridenti e innocue. Maggie's Farm e Lay lady lay. Poi è arrivata la Morte. Ha deciso di non aspettare, di non indugiare o perdere tempo. L'ha letteralmente guardata negli occhi, sfidandola, e quasi strozzandosi con Mr. Tambourine Man. Un giorno Dylan si trovò di fronte al problema di spiegare la sua grandezza a Keith Richards. Me lo vedo, dire questa cosa con la freddezza inglese di un Winston Churchill. Caro Keith. Io avrei anche saputo scrivere Satisfaction. Ma voi non avreste mai potuto scrivere Mr Tambourine Man. Che la sera a Milano era oggetto di una furiosa contesa tra il corpo di Dylan e il tempo, con la voce che sulla parola tambourine si infrangeva, si schiantava, si spezzava, ma era la voce dell'uomo di Duluth a vincere, e la Falce a tornarnese lì dov'era venuta, a mani vuote. Poi è arrivata lei. In fondo tutta la strada che ho fatto, tutto il freddo, l'attesa, il biglietto, erano per lei. Boots of Spanish Leahter. Li è si chiuso un cerchio. Io ero lì a dire grazie, lui era lì a dire prego. Subito dopo ha suonato Stuck inside of Mobile with the Memphis Blues Again. E lì ho pensato che potevo morire. Ma ho fatto bene a non farlo. Meravigliosa Forver Young, Just Like a Woman lasciata cantare al pubblico, e i due bis, Don't Think Twice It's Alirght e soprattutto una furiosa All Along The Watchtower. Un inchino appena accennato. In realtà ha guardato diecimila persone o giù di lì, e ha pensato. Un'altra è fatta.
Questo è un annuncio. Non ho più un poltergeist in bagno. Notizie non confermate lo davano sobillatore all'interno del mio muscolo cardiaco, ma sono soltanto voci. I fatti: stamattina sono andato in bagno per lavarmi i denti, e ho trovato chi lo ha sconfitto, il poltergeist con un rapporto fetish con la carta igienica. Ho trovato il guerriero del mio bagno. Anzi, la guerriera. Una coccinella. Minuscola, non più grande dell'ultimo dei miei pensieri, aggrappata con voluttà alla mensola di legno sopra il lavandino. Il poltergeist è morto. Non era nel mio cuore. E' stato accoltellato a morte da un esserino rosso e nero, tondo e invincibile. Mi sento protetto e forte. Le devo dare un nome. Penso che Claire Colburn andrà bene.
Lo ammetto. Il nome alla coccinella era già una confessione, in fondo.
Ieri sera ho visto Elizabethtown. Ed è un bel film. Anzi, un buon film. Cameron Crowe sa fare questo. Buoni film. Onesti. Vivi. Pieno di difetti, di passaggi a vuoto, ma viscerale abbastanza da farsi perdonare un bel pò di ingenuità e di banalità. E da diventare in almeno due momenti bello, un bel film, quando l'ex corrispondente di Rolling Stone decide di accellerare, di far vedere chi è, di essere sopra le righe. La telefonata di una notte intera, e la veglia funebre con la ruspante (southern) rock band che suona Free Bird con gli estintori che bagnano la sala e gli invitati e il fuoco che si spande innocuo sono due momenti che valgono, come si dice, il prezzo del biglietto. Kirsten Dunst è deliziosa (ha quei due dentini sporgenti che sono qualcosa di indescrvibile), Orlando Bloom passabile, Susan Sarandon di un'altra categoria (che tip tap...), l'America è la stessa di sempre, ma ha il sapore dell'insolito, sembra uscita da una canzone del Ryan Adams di Jacksonville City Lights (la fanciulla, in valigia, ha invece Love is Hell pt. 1 del buon Ryan)
Ho anche visto La Sposa Cadavere. Un film di una bellezza e di una grazia così immediate che parlarne è vano, inutile. Tim Burton è un genio, Mike Johnson (il coregista, esperto di stop motion) un artista, e il loro mondo trasuda un'umanità che manca a una buona parte del cinema live action., E poi è ironico, divertente, l'humor nero dei giochi di parole con la morte è insieme facile facile, ma irresistibile. E, dio, come si vede che è innamorato di Helena Bonham Carter. Mai visto un regista filmare con tanto amore e desiderio il pupazzo di sua moglie. Shivers. Chapeau.
Stamattina ho ascoltato in ordine Tim Buckley, i Low e i Belle and Sebastian. Fate la media ponderata, e questo è il mio umore.
Dove sono finito, vi chiederete voi..
Ho buone, buone ragioni...
Non pago di aver conseguito una laurea triennale di dubbia utilità presso la Facoltà di Scienze della Comunicazione, un giorno ho deciso di tentare l'avventura della specialistica. Seguire qualche percorso utile e produttivo per il genere umano? Nah... La mia scelta è saggiamente caduta su un oscuro corsetto di laurea (la mia laurea è erotica) in Teorie della comunicazione e ricerca applicata, percentuale di occupati nel mondo del lavoro che oscilla tra lo 0,10 % e lo 0,12%, e che vanta tra i preiscritti
- me
- Herbert Marcuse 
- i sette nani
- un gruppo di mafiosi di Odessa che hanno visto nella dicitura ricerca applicata la possibilità di importare uranio dal Venezuela.
C'è da sapere che nella nostra facoltà c'è un sito chiamato Infostud, nel quale dovrebbe esserci la possibilità di ripercorrere tutta la storia universitaria del simpatico studente. In realtà, è così poco aggiornato, così indietro nel tempo, che di solito gli unici esami che risultano sono Teorie e tecniche della filanda, Storia del battello a vapore, più un seminario da due crediti: Cosa aspettarci dall'Unità d'Italia? Come potrete immaginare, non ho mai sentito la necessità impellente di visitare il suddetto url nei tre anni e qualcosa di vita nell'università La Sapienza, e quando ho saputo che soltanto attraverso quella strettoia esistenziale avrei potuto ottenere i moduli per il pagamento delle tasse, ho cominciato a tremare. Per accedere al suddetto Infostud è necessario possedere una password, che viene inviata al tuo domicilio all'inizio dei tuoi studi, e che nessun altro può darti, nemmeno Dio in persona. Il problema è che io con i moduli e le carte ho un atteggiamento un pò.. distratto. Nel senso che, inspiegabilmente, il suddetto Modulo Importante per la Vita, il Lavoro o l'Università, vista la mia indifferenza nei suoi confronti, decide di fare fagotto, prende il suo sacchettino, mi saluta triste (io, bastardo, pensate, nemmeno me ne accorgo) , prende la porta, saluta ancora una volta, e con una musica struggente, comincia il suo viaggio...
Quindi la password di Infostud poteva essere ovunque, nel mondo. Cina, Giappone, Papua Nuova Guinea... Ma... c'era una soluzione, anzi, una speranza...l'antro materno. Mia madre è l'opposto di me. Conserva qualunque cosa, qualunque pezzo di carta che riporti il mio nome, anche anagrammato. Così ho chiamato ed.. è proprio vero che una telefonata salva la vita. In cinque minuti ho avuto l'agognata password, stampato il modulo e tutto quello che avevo da fare era pagare le tasse... le simpatiche tasse... nella simpatica Banca di Roma... L'unica banca che ti fa assaporare l'autentico sapore degli Anni Cinquanta. Le giacche dei cassieri, i modi di dire, le atmosfere.. un vero salto nel passato. C'era anche un cartello: Norme da seguire in caso di esodo. Strano che non avessero anche una Prassi in caso di Apocalisse. La fila, c'è da dirlo, è stata deliziosamente biblica, una volta arrivato al mio cassiere anni Cinquanta, sulle note di uno swing, lui è scomparso una decina di minuti.. per fare una fotocopia. D'altra parte è sempre più comodo tenere la fotocopiatrice in un'altra dimensione. Poi, ovviamente, ha compilato seicentoquindici moduli diversi, contando gli zeri sul mio modulo tre volte, e lì ho capito come si sentisse Kafka quando andava in banca. In realtà, ho anche capito perchè la mia facoltà si serve alla Banca di Roma. La mia banca non è differente.