Eccomi
Le train fait un saut périlleux et retombe sur toutes ses routes / le train retombe su ses routes / le train retombe toujours sur toutes ses routes
Non ha meritato la luce, ha meritato la pace
Dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato
Anche io una volta sono stato Ferdinando
Ciò che io desidero
Una macchina del tempo
Saper guidare una macchina del tempo
Una colonna da barbiere
Una clessidra
Il tatuaggio di una rana baciata sulla spalla destra
Un camion
Saper guidare un camion
Uno squalo balena
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Ho visto A Scanner Darkly. Strano film. Ne scriverò. Un film sentito, appassionato, non completamente riuscito. Ho sentito molti entusiasmi fremere in sala, tra questi non posso dire che ci fosse il mio. Però poi sono passato in quella strana libreria lunare di Termini, e ho comprato il libro di Dick. Dicono che sia il suo più bello, il suo capolavoro. Vedremo. Ho anche comprato comprato Amsterdam.
L’ho iniziato così tanto tempo fa, che già posso chiedermi se ero io, all’epoca. E rispondermi: si, ero io. Ricordo che ero in treno, ricordo che ero con due amici, ricordo che fu come se avessi sempre saputo, che sarebbe arrivato. Come il morbillo, come gli esami di maturità. Qualche anno dopo ho letto una vecchia intervista a Pier Vittorio Tondelli che parlava del suo primo romanzo. Il primo romanzo è quello che non ce la fa, almeno di solito. Il primo caduto di una guerra che ti può anche capitare di vincere, una volta (o l’altra). Il luogo dove torni, a cercare piccoli oggetti da portare via, non ne farai nulla, forse, vecchi dispositivi industriali anche loro arrugginiti dalla rovina, ma che hai la salvifica illusione di salvare.
Forse un’eccezione a quanto detto è il primo (meraviglioso) romanzo dello scrittore americano (classe 1977) Jonathan Safran Foer, che aveva subito diciotto rifiuti, prima di capitare tra le mani di una signora di origini libanesi chiamata Nicole Aragi, che ha cambiato quello che andava cambiato e ne ha fatto uno dei romanzi più belli degli ultimi anni. (Lo sarebbe stato ugualmente?)
Non esistono, non dovrebbero esistere, non potrebbero esistere, fabbriche abbandonate ad uso (e consumo) di un solo sciacallo. Così, ho aperto le porte, ho aperto le finestre di quella stanza abbandonata, e quasi dimenticata, cercando di annusare l’aria che ne sarebbe venuta. Non poteva essere altro che questo, un affettuoso ricordo, e un indulgente fallimento da amare per sempre. E parlo personalmente.
Ascolto il nuovo album dei Decemberists, The Crane Wife. Non che non mi piaccia. Ma è un ascolto per il quale non riesco a trovare bene un bandolo, un filo, una chiave. Picaresque è diventato fondamentale nel giro di poche ore. Mi sto concentrando molto su The Crane Wife. Senza riuscire ad avere un giudizio di senso compiuto, negativo o positivo. Mica per il mondo. Per me. Per la mia personale organizzazione dei gusti e degli ascolti. Avrò voglia di ascoltarlo. E quando? E per quanto?
Thank you for smoking. Valido, ben scritto e ben diretto, fieramente pieno di intelligenza e sagacia. Una divertente fiera del paradosso liberista che ha conquistato l'America liberal, facendo una tale incetta di colpi sotto la cintura da diventare un film politico da non giudicare in chiave politica. Una satira molto americana, nella quale i "buoni", sono ridicolizzati, e i "cattivi" trattati con il dovuto affetto, ammirati e coccolati nelle loro manie, quali che siano. La parabola di un lobbysta che condivide la pungente arte retorica con il film che lo racconta, e che ne decanta il talento nel difendere le multinazionali del fumo da ambientalisti, salutisti e senatori democratici amanti del formaggio. I suoi amici sono lobbysti delle armi e dell'alcol. Ma costui (un bravissimo Aaron Eckart) non è uno squalo, è il lato umano del capitalismo spregevole, che le domande sull'etica di quello che fa se le pone, ma soltanto perchè il suo lavoro è conoscere sempre le risposte. Il suo percorso non è di formazione, ma di emancipazione, la parabola umana rimane immobile, mentre quella politica e professionale è viva, scoppiettante, avvincente. Un film divertente e inquietante, spregiudicato ma accomodante nei confronti delle proprie intuizioni, consolatorio e terapeutico per ogni (residuo?) senso di colpa da accumulazione originaria.
Voto più che positivo. Mica si deve sempre condividere quello che si apprezza. Sono storie. No?
Aggiornato l'altro blog, dopo il prologo, con il primo capitolo. Contro ogni vergogna. Andrà come andrà.
L'ho fatto.
Ecco il nuovo blog.
Forse non c'era motivo per questo aggiornamento che procederà a puntata, forse è solo un dilazionare l'agonia.
Drenerò via questo fallimento letterario piano piano. Non è modestia. Qualcuno direbbe che è soltanto amore da figlio scemo.
Inoltre, per chi volesse passare dai fallimenti alla compiutezza, dalle velleità alla consapevolezza, eccetera eccetera, ecco un altro spazio, sul buon DeviantArt, nel quale,
Io ho messo la ricerca dello spazio e la burocrazia delle parole
Qualcun altro ha messo il talento.
L'amore è invece condiviso.
Non è escluso che io possa estendere le mie velleità anche al campo della visione, e così allo spazio deviant art, ma al momento non ho ancora fatto danni.
Comunque, eccolo.
Stockolmsyndrome. (Se potete visitare solo un sito, visitate questo)
p.s. c'è una sola persona che lo rimpiangerà, ma ho anche chiuso il blog dei marxistileninisti...
Ho perso un post. Scritto e perso. Dovrei cercare nella stanza delle parole perse. Vorrei sapere dove è ora, e chi lo leggerà e a che serve. Ora.
Ho dimenticato di fare copy'n'paste, e lo sto pagando. Caro e amaro. Riscrivere. Odio riscrivere.
Oggi è martedì, ho lasciato passare giornata cuscinetto, pausa di riflessione, lunedì sulle Ardenne, temendo crollare il filo che tiene insieme le convinzioni, ed invece eccomi qui, scoprire l'inedito profilo della felicità negli organi interni di un volatile.
Maglietta rossa, maglietta rossa di sera / sonno / mattina. Telelavoro autonomo interlinguistico che permette la continuità giorno notte del vestiario. Maglietta rossa stella gialla. Un esercito così, compatto e autistico, alla Fiera del Futuro. Nessuno compra nessuno vende, io mi licenzio e faccio traduzioni.
Scriverò un racconto su Roma. Non che l'avrei scritto o non scritto comunque, ma è una specie di lavoro su commissione. Forse suona peggio di quanto dovrebbe. Omicidio su commissione, rapimento su commissione, commesso viaggiatore, commettere sbagli crimini errori. Non mi dispiace. "Scrivi", scrivo. E' una meccanica antica e confortante. Magari non farò l'occultamento del corpo del reato, come con il precedente racconto, oscurato e omesso di soccorso. Non farò il vago, non farò finta di niente.
Ho idee strane su questo racconto. Chiederò al committente.
Devo rifare il letto.
Voglio pubblicare un romanzo, su un blog affine a questo. Un blog che già esiste, già creato ad hoc, come prendere un piccolo appartamento in affitto sperando in punizioni clementi, che non infierascino sulla mostra di spoglie di epopea adolescenziale. Forse anche oggi, forse domani, primo capitolo. Fa un po' ridere questa cosa. Un po'.