Le train fait un saut périlleux et retombe sur toutes ses routes / le train retombe su ses routes / le train retombe toujours sur toutes ses routes
Non ha meritato la luce, ha meritato la pace
Dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato
Anche io una volta sono stato Ferdinando
Una macchina del tempo
Saper guidare una macchina del tempo
Una colonna da barbiere
Una clessidra
Il tatuaggio di una rana baciata sulla spalla destra
Un camion
Saper guidare un camion
Uno squalo balena
11periodico
amipensa
ansiolin
apebianca
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con vigore marziale
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Ho scritto questo racconto per una ragione meschina: c'era un concorso. Un concorso divertente, in realtà, organizzato da una grande manifestazione come Arezzo Wave. La cosa era così: quattro scrittori famosi scrivono un incipit, agli altri il compito di continuare. Quello che ho scelto io è di Lucarelli. Poi è successa una cosa: ho dimenticato di inviarlo. Forse meglio così. Beh, eccolo qua.
(senza titolo)
Più che altro, a stupirla, era stata la naturalezza con cui lo aveva fatto. Mentre saliva di sopra ci pensava e pensava a come sarebbe stata la sua vita, in futuro, da quel momento in poi. Diversa, migliore o peggiore forse… ma senz’altro diversa. Sorrise, la cioccolata calda che aveva preparato danzò leggera nella tazza dei Simpson, e Caterina pensò che qui ci voleva Ryan Adams, proprio lui. Aveva comprato quel disco il giorno prima, o quello prima ancora, nel nuovo negozio all’angolo del Corso, e il commesso, che era un bel ragazzo portoghese, le aveva fatto anche i complimenti per i suoi gusti (musicali), mentre lei gli guardava le mani, e soprattutto i polsi. Pensò per un attimo se raccontare al ragazzo di Lisbona del suo amore per i polsi maschili, e a quanto fossero belli e ipnotici i suoi, ma, invece, era uscita senza nemmeno ringraziare. Mentre ricordava, beveva il Cameo, e mentre beveva, con la sola mano destra, quella meno sporca, metteva il cd nel suo stereo bello e minimale, e si chiedeva se l’uomo ammanettato al letto degli ospiti della stanza di sotto conoscesse l’eclettico cantautore canadese. Forse no, il suo professore di Italiano e Latino conosceva Bunuel, e anche magari Leonard Cohen o Springsteen, o al massimo simulacri di Britney e Christina, per insultare quelle che non andavano a letto con lui o che non leggevano Cocteau, cose che lei invece faceva, con estrema voluttà la seconda, con noia e disprezzo la prima.
Mise la cover di Wonderwall e tornò da lui. Lui la guardava, lei era nuda, lui anche. Non era un granché come uomo, colto ma viscido, bellino ma anonimo, e portarsi a letto ragazzine di ultima liceo appena diciottenni non deponeva a suo favore, ma aveva una timida intelligenza, e una sottile coscienza cinematografica, che gli suggeriva di non parlare né implorare, per non peggiorare una situazione ancora in bilico, che nel migliore dei casi avrebbe virato verso un rapporto sessuale, che lui avrebbe accolto più con sollievo che con eccitazione, mentre nel peggiore dei casi non osava nemmeno immaginare cosa. Lui sapeva, basandosi sulle (francamente) inattendibili assicurazioni di Caterina, che i suoi genitori erano in viaggio, e che non c’era da preoccuparsi, non li avrebbero sorpresi. Cosa che era insieme vera e falsa. Falsa, perché i signori Fusco (lontane sepolte origini meridionali) non erano in viaggio, vera perché non erano in grado di nuocere, di scoprirli, di punire lei e denunciare lui. Non avrebbero potuto, perché erano stati barbaramente uccisi poche ore prima, da Caterina, che aveva presto imparato che chi fa da sé fa per tre. In realtà “barbaramente” non rende giustizia alla grazia adolescenziale con la quale la giovane assassina aveva appreso e applicato alcune utili combinazioni tra un coltellaccio da cucina e un paio di movimenti agili e silenziosi. Era stata brava e leggera, e aveva atteso il suo professore pulendo in giro e lavandosi.
Lei si mise una maglietta, e lui capì che non c’era da scherzare, la smorfiosa aveva intenzioni che non combaciavano con le sue, di tornare a casa, stappare un buon vino rosso (magari un Aglianico) e chiamare qualche vecchio amico. Inoltre le manette gli facevano un male d’inferno, e i segni cominciavano ad essere fin troppo maledettamente visibili: cosa cazzo avrebbe detto lunedì a scuola? Si stava, insomma, incazzando.
Lo guardava. I suoi genitori erano morti, lei non sentiva nulla. L’uomo legato sul letto era bello, solido, aveva perso la sua erezione, ma l’avrebbe facilmente recuperata. Notò che aveva una cicatrice lungo la gamba destra. La mente le si stava però appannando, sciogliendo, stava sudando, e all’improvviso dimenticò sia il nome dell’uomo, sia quello del musicista, Si sedette sulla sedia, un attimo prima di svenire. Tranquillità e naturalezza stavano svanendo, lasciando il posto non ad una pericolosa consapevolezza, ma ad un senso di sfinimento che le ottenebrava le sensazioni che fino a pochi attimi prima erano state chiarissime. Rimaneva, chissà perché, al centro di tutto, la cicatrice sulla gamba dell’uomo, che si gonfiava, pulsava, prendeva dentro di sé ogni cosa. A danzarle davanti agli occhi, ora enorme, larga, profonda,una vallata rossa, di ricordo di sangue, di mar rosso, e mentre si perdeva nel Canyon lungo la pelle del suo prigioniero, e lui lo sentiva parlare, parlare, urlare, sbattersi, l’immenso taglio nella carne muoveva, tutto il mondo tremava, a causa sua, solo sua, solo sua, perché non stava fermo, perché, perché, non sapeva che così sarebbero morti entrambi, doveva fermarlo, doveva…
Corse fuori, afferrò nella cucina il primo oggetto contundente che trovò, ed era una mannaia, mentre il mondo ridiventava normale e a misura sua, cucina, pareti, quadretti, piccole fotografie sorridenti e in ordine, e provò un remoto impulso. Fermati, Caterina. Ma di là, a pochi passi da lei, un gigantesco canyon tremava, e avrebbe distrutto la casa, e lei dentro, e tutto, e anche se fosse scappata, dovrebbe avrebbe vissuto, in futuro, se non nella sua casa che la ferita antica dell’uomo andava distruggendo. Rientrò e sentì le sue urla farsi più acute, e poi lo sentì piangere, ma da lontano, perché lei era di nuovo dentro la valle di carne, che oscillava, le dava allo stomaco, cristo, cristo, colpì, violenza, colpì, uno, due, tre, quattro, cinque, sei. Tutto cedeva, e come aveva previsto, il corpo risucchiò il canyon e tutto si rifece immobile. Trasse un lungo respiro, nel silenzio che era totale, perché il suo professore urlava, fortissimo nella casa isolata, ma era come se lui fosse in un deserto, a urlare sabbia, mentre lei era al chiuso e al sicuro, e si addormentò, per terra, davanti al letto, esausta.
Era scesa le sera, Caterina se ne accorse perché gli occhi le si riempirono delle nuvole scheggiate dalla luna, e di un blu caldo e denso. Qualcuno le accarezzava i capelli, nell’esatto modo in cui lei lo avrebbe desiderato, con il palmo e con il verso, senza fretta, una carezza, un respiro, una carezza, un respiro. Poi sua nonna le diede un bacio sulla fronte e le bisbigliò: come stai, Cate? Ma senza attendersi una risposta. Lei si sollevò a fatica, si stropicciò gli occhi, e sentì gli odori. L’uomo era svenuto, o forse morto. Si voltò di scatto verso la nonna, che con gli occhi le disse: lo so. Con dolcezza e comprensione, continuando con il ritmo di carezze e respiri. Voleva chiederle anche della mamma e del papà, se sapeva, così le strinse le gambe accovacciate, disperata. E la vecchia donna, che teneva il corpicino bollente come una coperta, la baciò di nuovo, su una spalla, piegandosi dolorosamente su di lei, e così diceva, di nuovo, lo so, lo so.
C’era un silenzio vero.
Andiamo, disse, e Caterina obbedì. Fuori, nel nulla più assoluto, a nessuno venne in mente di vedere le stelle. La macchina della nonna era una vecchia Fiesta blu: non aveva mai voluto partecipare troppo attivamente del benessere della figlia, quella figlia che non aveva mai capito fino in fondo, e che ora aveva visto senza vita, provando emozioni non troppo diverse da quelle dell’assassina. Nonna e nipote, c’era qualcosa in quel sangue che aveva saltato una generazione, senza mai perdersi, e che si era ripreso in una notte tutto quanto. Caterina era bollente, la sera fresca. Non è più un mondo per quelle come noi, pensò ad alta voce la nonna, prendendo la nuca della sua bambina prima di mettere in moto, e continuò: siamo poche, e senza poteri. Il sangue, di generazione in generazione, si è indebolito, e a te infine rimane solo la rabbia, per qualcosa che non avrai mai, che potrai solo immaginare, figlia mia. Caterina capiva poco, eppure comprendeva intimamente ogni cosa, ogni allusione di questa strana persona di cui si fidava ciecamente. Ma aveva paura, ed era stanca: dove mi porterai, nonna? Siamo poche, continuò lei come se dovesse scusarsi di qualcosa, siamo così poche, non possiamo più nulla ormai, non siamo che poche decine in questo paese, tutte isolate. Nessuna vorrà prenderti con se, la solitudine ci ha rese cattive e scostanti, e da me la polizia ti troverebbe in un baleno. Era una piccola donna sincera, e stava soffrendo. Hai due possibilità. La prima è la polizia. Non ne capisco di queste cose, non so se ti darebbero l’infermità mentale o qualcosa del genere, non so cosa ti accadrebbe, finiresti in televisione, diventeresti una star, una ragazza elefante in catene, e sei così bella. Sarebbe una maledizione. In un certo senso è la via più semplice, ma sarebbe una maledizione, ripeté. Ma è la via più semplice, perché poi ci sono loro.
Loro. Loro sono gli altri. Ti accoglierebbero, perché sono buoni, ma tu potresti non accogliere mai loro. Cate, come posso spiegartelo? Sono, sono così… non ti farebbero mai del male, questo lo so, ma non sono facili. Non sarebbe niente facile. Vivono sottoterra, sono ciechi, hanno forme… diverse. Ti prenderebbero con sé, lo so, ma… vorrei che ci fosse un’altra possibilità, dio, bambina mia, quanto lo vorrei, ma c’è solo questo. Una prigione, dove ti faranno del male. O una prigione, dove nessuno ti farebbe del male. Una piccola prigione, di ferro e cemento, o una grande prigione, di terra e buio. Gente pulita, e crudele, o… mostri. Si, mostri. Per quelle come noi, loro sono gli altri, lo sono sempre stati. Anche solo cinquanta anni fa non avresti mai avuto bisogno di loro, cinquanta anni fa erano i nostri schiavi, e li controllavamo e potevamo farne tutto, ma ora… ora loro sono rimasti in tanti, e noi siamo così poche. Devi scegliere, piccola…ora….
Aveva accolto queste parole in uno stato di semiveglia, mentre l’auto viaggiava nella notte, tagliandola con gli abbaglianti. Era rannicchiata contro la portiera, e chiunque avrebbe pensato che dormisse, ma la nonna no. Lei la conosceva meglio che chiunque altro al mondo.
Non voleva costringerla a scegliere. Non voleva.
Allora?
Non voglio andare alla polizia, preferisco essere sepolta viva, ma non sopporterei mai di essere portata alla polizia. Portami da loro.
Sapeva che avrebbe detto così, ed ebbe un brivido. Non si tornava più indietro. Non andava alla cava da dieci anni.
La notte era un blocco unico, livida e spietata com’era, la strada era dissestata e procedevano a sobbalzi, senza parlare, senza suoni se non le leggere imprecazioni della nonna per le buche e gli animali che sbucavano dal bosco. All’improvviso due fari apparvero nello specchietto, evidenti come spari in una folla, ed entrambe si voltarono. L’altra auto procedeva troppo veloce per la strada e la notte, e non accennava ad abbassare gli abbaglianti. Caterina prese la mano della nonna e la strinse, senza aggiungere nulla. Lei accelerò, ma l’altra macchina rimaneva più veloce, e li avrebbe raggiunti in poche decine di secondi. Luci a rincorrere luci nel buio. La nonna pensò che forse era meglio così. Vennero raggiunte ad una curva, e chiunque guidasse quella macchina tentò un sorpasso. Ma andavano troppo veloci, la curva era stretta, e qualcosa successe, in un attimo le luci scomparvero, lasciando spazio a rumori, atroci in quel silenzio, di urti di terreno e lamiere. La nonna inchiodò e scesero. Il salto era stato di una decina di metri. Spuntavano le braccia di due persone, dalle portiere contorte, e lamenti. Andiamo, disse la nonna.
Arrivarono alla cava, dove l’aria era più chiara e la notte sembrava quasi un crepuscolo. Scesero, la nonna cinse Caterina con un braccio e strinse. Poi chiamò. Dopo un minuto lunghissimo qualcuno uscì. Qualcosa. Poi, da chissà dove, ne vennero altri. Cominciò a tremare, Caterina, ma sapeva che non vi era altra scelta, e che il mondo alle sua spalle, e la luna coperta e le stelle che non aveva guardato e la casa che aveva insanguinato e lasciato, tutto questo non le apparteneva più. La nonna strinse un’ultima volta e la lasciò andare.
Ritornò alla macchina, poi si voltò,e la vide guardarla, la vide implorare muta, circondata da quegli esseri, che nel buio sembravano migliaia, la vide piccolissima e la immaginò sottoterra, per tutti i giorni che sarebbero venuti, e la vide non vedere mai più cosa è un giorno, e la vide dimenticare i nomi stessi dei giorni, e cibarsi del suolo e ingoiarlo senza pensare, la vide nelle immense catacombe che aveva per anni cercato di dimenticare. La vide per un’ultima volta, fece il giro dell’auto, prese una cosa dal cruscotto, rifece il giro e puntando bene sparò.
