Le train fait un saut périlleux et retombe sur toutes ses routes / le train retombe su ses routes / le train retombe toujours sur toutes ses routes
Non ha meritato la luce, ha meritato la pace
Dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato
Anche io una volta sono stato Ferdinando
Una macchina del tempo
Saper guidare una macchina del tempo
Una colonna da barbiere
Una clessidra
Il tatuaggio di una rana baciata sulla spalla destra
Un camion
Saper guidare un camion
Uno squalo balena
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In quel caffè dimenticato dalla Storia una radio suonava arie d'opera. Era l'ultimo giorno di Settembre, e fuori le torri e le piazze erano sferzate dal vento gelido del Baltico. A Vilnius, che i suoi orgogliosi abitanti non hanno mai amato chiamare “Praga del Nord” come fanno invece le guide turistiche a poco prezzo, era già inverno. A un tavolino d'angolo l'uomo aveva pronunciato la sua frase, la sua sentenza.
-Non lo so. Prenderò il treno per Kaliningrad. Lì c'è un funzionario dell'ambasciata che mi farà avere un visto per l'Egitto e un biglietto di sola andata. L'università del Cairo è grande, lì potrò insegnare la nostra lingua. Il lituano è antico quanto il sanscrito, nelle loro parole c'è la storia dell'umanità. Ed io li conosco entrambi.
Veronica non stava ascoltando, forse quel dialogo nemmeno stava accadendo, entrambi conoscevano quelle frasi a memoria. Era una recita. Ma erano finite le prove generali. Lui era, in quella luce pigra e al suono di Rossini, esausto e vulnerabile. Ma era una specie di uomo che da quelle parti non andava più di moda: un lituano venduto ai russi. Era il 1993, l'aria era pesante e una nuova nazione stava nascendo alla periferia di un impero del quale era stato un fedele servitore. Aveva tradito il popolo di cui portava i segni e insegnava la lingua. Veronica continuava a pensare al Cairo, alla Storia, alle statue di Lenin divelte e coperte di sputi. Alla fierezza della sua gente e alla fragilità di chi ama. Automaticamente, senza grazia, disse per l'ennesima e ultima volta:
Veronica non era il suo vero nome. Era una di quelle donne che un film di Kieslowski può cambiare per sempre. Si era detta: parti con lui. A Eva faranno bene il clima mediterraneo, il sole, le strade polverose. Ma sapeva, ogni volta, di mentire. La malattia di sua figlia era un morbo raro che né la Lituania né l'Egitto avrebbero saputo come curare. Il loro destino era il paese del grande ossimoro, gli Stati Uniti d'America. Dove, per entrare, non sarebbe bastato saper suonare le canzoni di Bob Dylan, E l'ex spia dell'URSS le conosceva tutte. Tradiva il suo piccolo popolo con l'impero, e l'impero con il menestrello di un altro impero, ed era innamorato di una donna di cui non avrebbe mai conosciuto il vero nome, ma solo quello donato dal film che li aveva fatti incontrare. La double vie de Veronique, si ripetevano in una strana lingua, un francese misto a risate, nei giorni in cui erano felici. Lei non aveva mai imparato l'inglese, e così lui le traduceva le parole di ogni canzone. Aveva avuto abbastanza tempo per raccontargliele tutte, ma non abbastanza perchè quel tempo fosse per sempre. Prima o poi, le canzoni di Dylan finiscono, e a quel punto resta sempre ancora tanto da vivere.
Dopo un po', Veronica, parlando all'uomo e al cupo Neris che scorreva piano, mormorò: infinitamente più bella di Praga.
Né gli amanti, né il fiume vi erano mai stati, ma non potevano esserci dubbi. I colori, sfumandosi a vicenda, si addolcivano, i suoni si smorzavano, le luci si chiarivano tra loro, la gente che li incrociava appariva serena e distratta. La città stava apparecchiando per loro l'estetica di un addio, e loro espressero gratitudine dichiarandola solennemente la più bella che ci fosse al mondo.
La stazione li accolse come una caverna, raccogliendo le loro paure e facendosene carico. E, come in una festa all'arrivo degli invitati più importanti, tutti sembrarono tacere. Il treno era in orario. A lei sembrò una crudeltà, a lui un gesto di pietà. Nella muta gara degli innamorati ai capezzali dei treni che partono, furono i migliori di ogni tempo. Salutandosi più tardi di qualunque altra coppia si stesse salutando in quel momento, su quello o qualunque altro treno del mondo. Lei nel suo cappotto viola, i suoi guanti di velluto, il cappello che nascondeva la potenza dei suoi occhi, lui con le valigie alle sue spalle, loro sì, pronte a partire, e gli occhiali pesanti e la sua imponenza stanca. Nessun essere umano sa, alla fine, come si fa un addio. Così lasciarono che fosse il poeta, come avevano deciso pochi giorni prima, in una delle ultime mattine trascorse a letto.
Oh, I'm sailin' away my own true love,
I'm sailin' away in the morning.
Is there something I can send you from across the sea,
From the place that I'll be landing?
So take heed, take heed of the western wind,
Take heed of the stormy weather.
And yes, there's something you can send back to me,
Spanish boots of Spanish leather.
