Le train fait un saut périlleux et retombe sur toutes ses routes / le train retombe su ses routes / le train retombe toujours sur toutes ses routes
Non ha meritato la luce, ha meritato la pace
Dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato
Anche io una volta sono stato Ferdinando
Una macchina del tempo
Saper guidare una macchina del tempo
Una colonna da barbiere
Una clessidra
Il tatuaggio di una rana baciata sulla spalla destra
Un camion
Saper guidare un camion
Uno squalo balena
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La prima cosa che noti di JorgeLuis Borges, prima degli occhi antichi e tranquilli, prima ancora del tuo stesso stupore, prima anche delle sue bellissime mani da bibliotecario, ciò che ti colpisce i nervi e l’immaginazione prima che il cervello possa reagire e ribellarsi, è la sua espressione. Le cose che vedi dentro quella espressione.
Alla fine, come al solito, è stato lui a trovarvi il nome perfetto: la rassegnazione di essere Borges. Potete non credere a questa storia, se volete, la qual cosa, tra l’altro, manderebbe in visibilio lo stesso Borges, che più di ogni altra cosa intese confondere ciò che è vero con ciò che è falso. D’altra parte sono amico di una persona, un vecchio giornalista svizzero, che sono anni che giura di essere stato a cena da solo con Yasser Arafat a Parigi, in un noto ristorante italiano dalle parti dei Giardini di Lussemburgo. Mi raccontava spesso, al riguardo, sull’allora leader in esilio, che era incredibilmente divertito da una storiella che raccontavano a Le Monde alcuni maligni, che mi sintetizzò così: la moglie di Arafat è incinta, Hamas rivendica il fatto. Sono l’unica persona che gli abbia mai creduto, perché so che è un bugiardo. Lo raccontava come ai bambini, aggiungendo sempre particolari nuovi, e conservandone quelli vecchi.
Comunque, per chi crede, e per chi non crede, l’albergo del Cairo dava su un giardino tropicale, lussureggiante, forse in maniera vagamente posticcia, ma non volgare. Erano le sei del pomeriggio, l’ora in cui, è noto, l’Egitto è perfetto. Avevo sedici anni, ed ero solo, ai margini di quel mondo immobile e senza vento. Avevo un quaderno su cui appuntare riflessioni, note di viaggio, poesie, appunti, come ogni buon viaggiatore. In quel momento era aperto in grembo, ed era vuoto, tutto, completamente vuoto. Allora avevo questo, di bello, il dono dell’onestà.
Anche lei scrittore, dunque, disse la voce in un inglese pesantemente accentato, dietro le mie spalle. Mi voltai, e lo vidi, e, perso nella meraviglia della sua espressione e del suo sguardo, notai che era vestito tutto di bianco, nemmeno fosse Chagall in Provenza, che incedeva curvo e lento, come se avesse del cristallo dentro, da non spezzare, ma nessun bastone lo sorreggeva. Si reggeva, lì, davanti a me, su un equilibrio impossibile da spiegare.
Ero senza fiato, e, si sa, le emozioni forti producono reazioni dominanti, semplici, immediate. Dunque, stupidità. Così dissi Io non ho scritto nulla.
In poche persone, invece, dominanti sono sagacia e intelligenza, o forse non era per nulla emozionato, perché mi disse: Hai già scritto tutto quel che c’era da scrivere, ragazzo.
Dominai le emozioni , o forse mi avvicinai di un gradino all’intelligenza, perché non dissi nulla, lo guardai, aspettai che continuasse e pregai perché non sparisse. Ragazzo, tu hai scritto la verità. Sei giovane, e la tua verità è un silenzio, una verità da scrittore, perché i giovani non stanno mai in silenzio. Quando la tua verità avrà una parola, sarai un uomo, e non sarai più uno scrittore. Quando ne avrai più di una, di nuovo tu sarai uno scrittore. Ma sarai vecchio, e rimpiangerai quella pagina bianca. Lo disse in un modo strano, e la sua rassegnazione parve scomporsi, fu un attimo, lo vidi, e lui capì che io avevo visto, e in quell’attimo, in un Egitto perfetto, un uomo di nome Borges era di fronte ad un ragazzo che da offrirgli aveva tutto ciò che lui poteva desiderare, tra ciò che non avrebbe mai potuto avere: una pagina bianca.
