Le train fait un saut périlleux et retombe sur toutes ses routes / le train retombe su ses routes / le train retombe toujours sur toutes ses routes
Non ha meritato la luce, ha meritato la pace
Dietro ogni blasfemo c'è un giardino incantato
Anche io una volta sono stato Ferdinando
Una macchina del tempo
Saper guidare una macchina del tempo
Una colonna da barbiere
Una clessidra
Il tatuaggio di una rana baciata sulla spalla destra
Un camion
Saper guidare un camion
Uno squalo balena
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Una volta ho fatto un viaggio. Cose che capitano. Un viaggio di solito è una collezione di atti minuscoli, di dettagli.Di Praga, che è bellissima, difficile, un teorema dimostrato da altri, finta, triste, piovosa, cristallo, storia, troppa storia, ricordo l'acuta perfezione di un gesto alla stazione. C'era questo ragazzo, che non poteva avere un giorno più dei miei ventanni, di fronte ad un treno, immenso treno pan-sovietico, in avvicinamento, un treno che entra in una stazione come una nave in un porto, goffo e lento. Lo guidava roteando il braccio dentro, con sicurezza e grazia, senza nessuna esitazione. Aveva i capelli biondi, corti, lo sguardo giovane di una nazione antichissima, e giovane. Faceva ciò che andava fatto, esattamente come andava fatto. Un altro pò / stop. Il treno si ferma, il ragazzo sorride al macchinista, la nave è in porto, il mio treno si muove, Berlino è lontana ancora, come ogni cosa. Volevo una cosa così, nella mia vita. Mi piace perdermi in queste invisibili perfezioni. Era la prima città di quel viaggio, l'ultima fu Parigi, la penultima Amsterdam. Di Amsterdam (nella quale una permanenza è una buona permanenza se non si ricorda nulla) (infatti) ricordo un'impressione, fortissima, uscendo dal Rijksmuseum (Rembrandt, Vermeer). Una cosa devastante, difficile. Ero solo, e in vita mia non mi sarei mai sentito più solo di così. L'ho scritta in un racconto minuscolo (dettaglio, gesto, treno che entra lento), che non è bello, ma che ha una qualità. Dice ciò che deve dire. Sapevo cosa avevo sentito quel pomeriggio, e l'ho scritto. Sentivo il bisogno (no, cristo, non solo il bisogno, il DESIDERIO) di farlo, l'ho fatto.
Eccolo. Mi piace perchè è una, una sola, visione. Gli schizofrenici come me amano le visioni così come la gente normale ama passaparola.
La Sposa Ebrea
Arrivo, arrivo, arrivo in me, qui, eccomi, seduto, le gambe
chiuse angolate come vasca guscio rifugio, una verso fuori,
l’altra come lancia conficcata nell’aria tra me e Rembrandt,
perso nella sua sposa ebrea.
Vi osservo, vi osservo tutti, leggo i vostri passi come romanzi,
li conto, li seguo, studio le geometrie di ogni vostro pensiero,
sono la noia, il disagio, la povertà, il disgusto, la paura,
qui, seduto con voi, in un museo, Amsterdam,
al cospetto della Sposa Ebrea.
Nessuno superava mai i due minuti, tutti come su un invisibile
infinito tapis roulant, gli occhi morti o solo stanchi,
gli sbadigli, le mani abbandonate o perse a metà strada tra
un opuscolo e una macchina fotografica, pensieri di negozi,
strade, luci, aria, o biglietti prenotazioni aeroporti, viaggiare,
pensare a come partire per pensare a come tornare.
Sfilavano, formichine colpevoli, perse nel rimorso di un’assenza
di curiosità, o di occhi, o di angoli dove nascondersi.
Lui, il ragazzo, scriveva. Su un taccuino nero, seduto
in quel suo modo strano.
I suoi occhi raccontavano due storie.
La prima: pena tenerezza/io /qui io adesso /io racconto
la vostra miseria, i vostri viaggi lunghi e inutili,
i vostri sensi di colpa non richiesti, il vostro non essere non pensare.
L’altra: io/racconto.
Io Vi Racconto.
Seduto, scriveva. Oserei dire: felice, ma sono parole rare, non so.
Poi, senza preavviso, si alzò.
E, esattamente tra Rembrandt e Vermeer, imparò a vedere.
Prima uno, poi due, poi decine, di quaderni, taccuini, fogli,
pagine, penne, matite. Seduti, osservavano, con gli occhi ugualmente
stupidamente stanchi, gli stessi occhi di tutti.
Poi, scrivevano. Negli occhi due storie. Le mie, storie. Pena. Orgoglio.
Il funerale di un’unicità, un corteo funebre di carta.
Fuori Amsterdam era grigia, sembrava a lutto, chissà.
Forse pianse, forse no. Cominciò la pioggia, sul prato
verde e immenso, sotto nuvole e nuvole.
Poi finì. La pioggia, Amsterdam, tutto.
